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Architettura tra icona ed identità.

on Martedì, 20 Maggio 2014. Posted in Architettura, News, Pop Art, Interior Design, Design

Ricerca progettuale.

Architettura tra icona ed identità.

“L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose"

Italo Calvino

Il lavoro di ricerca progettuale di Alberto Benejam, Yeseul Allie Chung e Charles Shelton Green si intitola “Pop: Redefining Los Angeles Iconism” e sostiene la realizzazione di un’architettura iconica, come elemento del costruito che è possibile situare ovunque.

 

Planimetria del progetto (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Il ruolo delle icone, quando inteso in senso non architettonico, è correlato all’idea di brand o logo che può rappresentare una società, un’applicazione, ma anche divieti o segnali. Il progetto parte dall’assunto che tutte le icone architettoniche hanno in comune la riconoscibilità della propria immagine in ogni contesto culturale e la rappresentatività rispetto al luogo in cui sono situate: visitando quel luogo ogni persona sa di voler vedere quel particolare edificio come il Colosseo a Roma o la Disney Concert Hall a Los Angeles.

Vista assonometrica (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Le forme, le volumetrie, le figure e i colori della proposta progettuale sono stati, quindi, ripresi dal movimento artistico Pop e Superflat: la superficie architettonica segue la proiezione della griglia quadrimensionale utilizzata nella pop art, senza divisioni tra i vari colori che avvolgono la volumetria distorcendone le forme.

Immagini che caratterizzano l’elevato architettonico (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Il progetto è costituito anche da volumi le cui superfici derivano dall’influenze della moda e dal movimento cubista, senza essere in relazione al contesto edificato.

Prospetto e sezione di progetto (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Calvino ne Le Città Invisibili scrive: “L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose [...] Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti. Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…”

Spaccati assonometrici (foto di A. Benejam, Y. A. Chung e C. S. Green)

Probabilmente l’attitudine umana ad interpretare ed investire le forme di un valore iconico è innata e avviene, però, come risultato di un processo culturale, coplesso di relazioni sedimentato nell’architettura, e nella misura stessa in cui questa abbia saputo costruire un senso nel quale, chi guarda, potrà continuare a riconoscersi.

Fonte: Progettare architettura

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